

Nel panorama della numismatica bizantina, poche figure hanno esercitato un fascino tanto persistente quanto l’angelo, che compare su numerosi solidi del VI e VII secolo. Più che un semplice elemento decorativo, questo soggetto rappresenta il punto d’incontro tra la tradizione classica e la nuova ideologia cristiana, diventando uno dei simboli più eloquenti del passaggio dal mondo romano all’universo bizantino.
La sua storia affonda le radici nella monetazione tardo-imperiale: la Vittoria alata, dea pagana del trionfo, campeggia infatti per secoli sulle monete romane, emblema del successo militare e del favore divino. All’inizio dell’epoca bizantina, questa immagine non viene abbandonata, ma reinterpretata. Gli incisori mantengono le ali, la postura solenne, la fierezza del portamento; tuttavia, progressivamente, la figura muta, già a partire da Giustiniano I: il panneggio si fa più severo, il volto più maschile, gli attributi – come il globo sormontato dalla croce – assumono un significato teologico.
Così la Vittoria si trasforma in angelo. Una metamorfosi iconografica che non è solo estetica, ma profondamente culturale. Nell’Impero cristianizzato, la celebrazione del trionfo non può più appartenere a una divinità pagana: deve essere riferita a un essere celeste, messaggero e garante della volontà divina. L’angelo – spesso raffigurato stante, con labaro e globo crucifero — si pone allora come mediatore tra l’autorità terrena e quella ultraterrena, incarnando la nuova idea di sovranità sacralizzata. Così l’angelo raffigurato sulle monete in oro bizantine rappresenta in parte la trasformazione – iconografica e religiosa – dal paganesimo romano al cristianesimo imperiale.
Monete con questo iconico emblema del cristianesimo furono coniate durante regni di imperatori come Giustiniano I, Maurizio Tiberio e Foca.

Solido “Angelo d’oro” 607-610 d.C., regno di Foca, zecca di Costantinopoli (peso 4,40 g; diametro 22 mm)
Proprio sotto l’imperatore Foca fu realizzato questo solido in oro, coniato tra il 607 e il 610 d.C. dalla zecca di Costantinopoli. L’esemplare, finemente inciso, raffigura sul diritto il busto coronato, paludato e corazzato dell’imperatore, illustrato di fronte e con un globo nella mano destra. Il rovescio riproduce l’emblematico angelo, che con la mano destra tiene un’asta culminante con il Cristogramma e, con la sinistra, un globo crucigero.
Dal punto di vista propagandistico, l’immagine svolgeva una funzione cruciale. Le emissioni auree bizantine erano diffuse in tutto il Mediterraneo e costituivano uno dei principali strumenti di comunicazione del potere. Raffigurare un angelo significava dichiarare che l’imperatore esercitava il proprio dominio non soltanto in virtù della sua discendenza o della sua forza militare, ma per investitura divina. Ogni solido di questo tipo rappresenta ancora oggi una testimonianza emozionante e tangibile di un periodo storico di trasformazioni epocali dal punto di vista politico, sociale e religioso.
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