

Un tredicenne improvvisamente chiamato a guidare il glorioso impero romano. Fu questo il destino di Alessandro Severo, che nel 222 d.C. salì al trono di Roma dopo l’assassinio del cugino Eliogabalo. Per rafforzarne la legittimità, venne presentato come figlio naturale di Caracalla e inserito nella prestigiosa dinastia dei Severi.
Diverso dai suoi predecessori, Marco Aurelio Severo Alessandro – questo il suo nome completo – sorprese subito per i modi semplici: secondo l’Historia Augusta, «vietò che lo si chiamasse “signore” e volle essere trattato come un privato cittadino, pur mantenendo il titolo di imperatore. Rifiutò il lusso introdotto da Eliogabalo e preferì rapporti di amicizia e semplicità: cenava con i suoi compagni, li accoglieva spesso in casa anche senza invito».
Dietro il giovane sovrano aleggiava la figura ingombrante della madre, Giulia Mamea. Fu lei a guidarne le scelte, spesso più attente al consenso che alla fermezza politica. Alessandro si rivelò un ragazzo giudizioso e amabile, ma inesperto: non riuscì mai a conquistare davvero l’esercito, e questo avrebbe segnato il suo destino.
Per distinguersi dagli eccessi di Eliogabalo, Alessandro bandì il lusso dalla corte e promosse un clima di sobrietà. Sotto la sua influenza, la letteratura, le arti e la scienza tornarono a essere valorizzate. Non fu solo: lo affiancarono consiglieri di spessore come il giurista Ulpiano e lo storico Cassio Dione.
Accanto alla cultura, non dimenticò la società: acconsentì a una generosa assegnazione di terre ai soldati e fece istituire agenzie di prestito a basso interesse per i più poveri.
Nonostante i tentativi di buon governo, l’impero fu attraversato da tensioni militari continue. Alessandro partecipò a diverse campagne, soprattutto in Oriente ma nel 235 d.C. in Gallia cadde vittima di un ammutinamento. A guidare la rivolta fu, forse, Massimino Trace, che in seguito sarebbe diventato imperatore. Con la sua morte si aprì nell’impero il periodo turbolento noto come “anarchia militare”.
Il regno di Alessandro coincise anche con una fase di difficoltà economica. Le spese per mantenere esercito e popolo portano a una crescente svalutazione: persino le monete in rame furono progressivamente alleggerite.

Sesterzio di Alessandro Severo databile al 226 d.C. zecca di Roma (metallo: oricalco; peso: 25,59 g; diametro: 31 mm)
Tra le coniazioni prodotte sotto l’impero di Alessandro spicca questo sesterzio, che restituisce sull’ampio diritto la sua immagine: un profilo dai tratti regolari, la corona d’alloro, un busto drappeggiato e corazzato, rivolto a destra. Sul rovescio appare Marte, dio della guerra, anche lui in movimento verso destra, con lancia e trofeo.
Grazie al loro grande diametro, i sesterzi offrivano agli incisori ampio spazio per dettagli unici, talvolta sorprendenti: veri e propri ritratti in miniatura, che ancora oggi testimoniano concretamente e autenticamente la storia dell’impero romano. Il sesterzio non era solo una moneta di uso quotidiano, ma anche uno strumento di propaganda. Circolava ogni giorno nelle mani di operai, mercanti e soldati, era usato per comprare pane, vino o frutta.
Coniati in rame o in lega di rame – bronzo o, come in questo caso, oricalco – i sesterzi erano il principale canale di “comunicazione di massa” dell’antichità: semplici, quotidiani, ma capaci di trasmettere ovunque la presenza del potere e, come in questo caso, di rafforzarne l’autorità anche quando questa, lontano dagli occhi dei sudditi, si rivelava debole.
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