IL GIORNALE – NOVEMBRE 2018 – INTERVISTA AD ALBERTO BOLAFFI

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Intervista ad Alberto Bolaffi


Su “Il Giornale” in edicola il 13/11/2018 e online su www.ilgiornale.it

“Collezione vite dai francobolli agli astronauti”, Alberto Bolaffi si racconta.

di Angelo Allegri

«Guardi questa, è davvero unica. È conosciuta come One Two Three: è un busta inglese del 1841, è affrancata con i primi tre francobolli della storia. La vorrebbero da ogni parte del mondo». Alberto Bolaffi, terza generazione della casa d’aste e di filatelia torinese, passa rapido tra le vetrine dell’archivio storico. «Non mi chieda quale Stato italiano ha introdotto per primo i francobolli, è una questione troppo controversa. Qui però c’è la prima busta partita dall’Italia con regolare affrancatura. È del 1849, è stata spedita da Roma dove erano acquartierati i soldati francesi che avevano occupato la città: uno di loro scrisse in patria e applicò il bollo prescritto dalle autorità di Parigi».

La sede della Bolaffi è in un vecchio palazzo in pieno centro, a pochi passi da via Roma e Piazza San Carlo; gli interni sono un’infilata di uffici dominati da massicce scrivanie ottocentesche su cui poggiano i computer. Museo e caveau ospitano un tesoro: ci sono francobolli, come uno dei due esemplari noti del «primo vero francobollo del mondo», il Chalmers del 1838, e poi il disegno della prima emissione ufficiale, il Penny Black del maggio 1840. Ma c’è anche altro: una splendida raccolta di tavolette babilonesi; lettere autografe di re inglesi: Giovanni Senza Terra, Enrico VIII, Elisabetta I; la prima lettera indirizzata dalle Americhe a un privato, del 1512; fino al telegramma mandato da Nikita Kruscev a Yuri Gagarin al termine del suo viaggio intorno alla terra: «L’ho comprato io stesso dalla vedova. Siamo stati noi in Bolaffi i primi a occuparci di collezionismo spaziale». Il filo conduttore dell’intero percorso è uno solo: la parola scritta. E nel nome della parola la collezione comprende una pagina della Bibbia di Gutenberg, le due prime edizioni del Capitale di Marx, in tedesco e in francese, la bozza della Teoria della relatività di Albert Einstein, con le correzioni a matita dell’autore. «Mi sono inventato un termine», spiega Bolaffi. «Filografia, lo studio e il commercio di ogni tipo di oggetto che riguarda, appunto, il tema della scrittura. Io stesso ho iniziato a farne una collezione. Tutto partendo dal francobollo, che ha rappresentato in questo campo una svolta decisiva».

Che cosa intende?

«È stato il francobollo che ha permesso di divulgare e di far circolare in modo facile la scrittura».

E voi di francobolli vi occupate da generazioni.

«Sì, anche se il primo commercio di famiglia è stato un altro. Il padre del mio bisnonno paterno, che era di una vecchia famiglia ebrea espulsa dalla Spagna ai tempi di Isabella la Cattolica e poi trasferita a Gibilterra, vendeva piume di struzzo. Un oggetto esotico e molto importante per l’abbigliamento delle donne eleganti dell’epoca, servivano per i cappellini i ventagli. Suo figlio, per la disperazione dei suoi, preferì occuparsi invece di teatro, come impresario. E visto lo stile di vita, affidò mio nonno Alberto, di cui porto il nome, a due zie ungheresi. Che da Livorno, dove il nonno era nato, si trasferirono a Torino».

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