

3 novembre 1918. Una data destinata a segnare la storia italiana e quella della Venezia Giulia, impressa in nero su una serie di francobolli nati mentre un impero si dissolveva e un nuovo Stato assumeva il controllo del territorio. A Villa Giusti, nei pressi di Padova, quel giorno venne firmato l’armistizio tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico. Contemporaneamente, il cacciatorpediniere Audace entrava nel porto di Trieste e le autorità italiane prendevano possesso della città. Le ostilità sarebbero cessate ufficialmente il giorno successivo, ma fu il 3 novembre a diventare il simbolo della svolta.
Quella data comparve poco dopo anche su diciotto francobolli austriaci, accompagnata da due indicazioni inequivocabili: “Regno d’Italia” e “Venezia Giulia”. Sotto la sovrastampa rimanevano visibili la corona imperiale, il volto di Carlo I d’Asburgo e lo stemma austro-ungarico. Il vecchio potere non era stato ancora cancellato dalle immagini, ma era già stato superato dalla storia.
Nell’autunno del 1918 l’Impero austro-ungarico era ormai prossimo al collasso. Quattro anni di guerra ne avevano consumato le risorse, aggravato le difficoltà economiche e alimentato le aspirazioni nazionali dei numerosi popoli che ne facevano parte. Sul fronte italiano, la battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre, accelerò la disgregazione dell’esercito imperiale. Mentre le truppe italiane avanzavano, a Vienna, Praga, Zagabria e negli altri territori della monarchia asburgica nascevano nuovi governi e organismi nazionali. L’Impero che per secoli aveva riunito popoli, lingue e culture differenti stava rapidamente cessando di esistere.
Il 3 novembre l’armistizio venne firmato a Villa Giusti. Le condizioni prevedevano il ritiro delle forze austro-ungariche e consentivano alle truppe italiane di occupare i territori indicati. L’accordo sarebbe entrato in vigore alle ore 15 del 4 novembre, ponendo formalmente fine ai combattimenti sul fronte italiano.
Per la Venezia Giulia, tuttavia, il cambiamento era già cominciato. Trieste era il principale porto dell’Impero austro-ungarico, una città cosmopolita e plurilingue nella quale convivevano comunità italiane, slovene, tedesche, croate, ebraiche, greche e di altre provenienze. La componente italiana era maggioritaria e l’irredentismo aveva a lungo rivendicato l’unione della città al Regno d’Italia, considerandola il naturale completamento del processo risorgimentale. Negli ultimi giorni di ottobre, mentre l’autorità asburgica si ritirava, a Trieste era stato costituito un Comitato di salute pubblica incaricato di governare provvisoriamente la città. Il 3 novembre il cacciatorpediniere Audace attraccò al molo San Carlo, che in seguito avrebbe preso il nome di Molo Audace. A bordo si trovava il generale Carlo Petitti di Roreto, che assunse il potere politico e amministrativo in nome dell’Italia.
Nella stessa giornata le truppe italiane raggiunsero Trento. La data della firma dell’armistizio coincise così, nell’immaginario nazionale, con l’ingresso dell’Italia nelle due principali terre irredente.
Il 3 novembre assunse però un significato più complesso per la Venezia Giulia. Per gran parte della popolazione italiana rappresentò la liberazione dal dominio asburgico e il coronamento di un’attesa durata decenni. Per un territorio caratterizzato dalla presenza di identità nazionali diverse segnò anche la fine di un ordinamento sovranazionale e l’inizio di una profonda trasformazione politica, amministrativa e sociale.
Gli eserciti potevano avanzare e gli imperi crollare, ma la posta non poteva fermarsi. Anche durante il passaggio da uno Stato all’altro era necessario continuare a spedire lettere, cartoline, documenti e comunicazioni commerciali. La nuova amministrazione italiana si trovò così di fronte al problema concreto di dotare rapidamente gli uffici postali della Venezia Giulia di francobolli utilizzabili dalla popolazione.
Sul territorio erano ancora disponibili i valori dell’Austria, espressi in heller e corone, la moneta che continuava a essere impiegata nelle transazioni quotidiane. La soluzione più immediata fu usare quei francobolli, modificandone però l’identità attraverso una sovrastampa realizzata localmente. Sui francobolli austriaci del 1916-1918 vennero impresse su tre righe le parole “Regno d’Italia – Venezia Giulia- 3.XI.18“.
I primi francobolli così italianizzati furono distribuiti a Trieste il 14 novembre 1918, appena undici giorni dopo la data ricordata dalla sovrastampa. Gli ultimi valori della serie arrivarono agli uffici postali all’inizio di dicembre. L’emissione rispondeva quindi a una necessità pratica, ma possedeva anche un evidente valore politico e simbolico. Ogni le

Serie completa francobolli sovrastampati Regno d’Italia – Venezia Giulia 3.XI.18 (Regno d’Italia, 1918)
ttera affrancata con quei francobolli rendeva visibile il cambiamento di sovranità. Il nome del Regno d’Italia entrava nella vita quotidiana della Venezia Giulia attraverso uno degli oggetti più comuni e capillarmente diffusi dall’amministrazione pubblica.
La particolarità della serie sta soprattutto nella sovrapposizione tra vecchio e nuovo. Sui diversi valori compaiono ancora tre simboli dell’Impero sconfitto: la corona imperiale, l’effigie di Carlo I d’Asburgo e lo stemma austro-ungarico. Le immagini originali non furono eliminate né sostituite. Sopra di esse vennero semplicemente impresse la nuova autorità, la nuova denominazione territoriale e la data della svolta. I francobolli sembrano così appartenere contemporaneamente a due Stati. Sono austriaci nel disegno, nella valuta e nella produzione, ma italiani nella loro nuova funzione. La sovrastampa non nasconde il passato, ma lo rende ancora più evidente, trasformando ogni esemplare in una testimonianza materiale della transizione.
La serie comprende diciassette valori con sovrastampa tipografica, ai quali si aggiunge il rarissimo francobollo da 10 corone, soprastampato a mano. Di quest’ultimo furono prodotti soltanto 37 esemplari, una tiratura eccezionalmente limitata che ne ha fatto una delle maggiori rarità filateliche della Venezia Giulia.
Il 3 novembre 1918 aprì una nuova fase, ma non stabilì ancora in modo definitivo l’appartenenza della Venezia Giulia al Regno d’Italia. Dopo l’arrivo delle truppe venne istituito un Governatorato militare, al quale sarebbero succeduti i Commissariati generali civili. Nel frattempo, il futuro assetto del territorio rimaneva legato alle trattative internazionali che seguirono la fine della Prima guerra mondiale. Il Trattato di Saint-Germain-en-Laye del 10 settembre 1919 regolò la pace con la nuova Repubblica d’Austria. La definizione dei confini orientali richiese però ulteriori negoziati con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Solo con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 venne formalizzata l’annessione all’Italia di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di altri territori già sottoposti all’amministrazione italiana.
La questione adriatica rimase comunque aperta. Le rivendicazioni sulla Dalmazia non furono accolte nella misura prevista dal Patto di Londra, mentre Fiume attraversò la controversa occupazione guidata da Gabriele D’Annunzio, l’esperienza dello Stato libero e, infine, l’annessione all’Italia nel 1924.
Anche all’interno della Venezia Giulia il dopoguerra fu tutt’altro che pacifico. Il passaggio da una realtà imperiale e multilingue a uno Stato nazionale acuì le tensioni tra la componente italiana e quella slovena e croata. Negli anni successivi l’affermazione del fascismo avrebbe imposto una politica di italianizzazione sempre più aggressiva, colpendo le istituzioni, le associazioni e l’uso pubblico delle lingue slave.
I francobolli con la sovrastampa “Venezia Giulia 3.XI.18” appartengono però al momento iniziale di questa lunga e complessa vicenda, quello in cui il vecchio ordinamento era appena caduto e il nuovo non era ancora stato pienamente definito.
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