
La tripla G della legenda incisa sul solido d’oro celebrava la concordia tra i tre coimperatori Graziano, Valentiniano II e Teodosio, ai quali era affidato il governo del vasto Impero Romano. Ma quell’unità, proclamata dalla moneta e giunta fino a noi attraverso i secoli, si sarebbe rivelata fragile.
Più che descrivere una realtà stabile, il richiamo alla concordia poteva infatti rappresentare un messaggio propagandistico, necessario proprio mentre tensioni, guerre e rivalità minacciavano l’equilibrio imperiale. Poco più di un decennio dopo l’emissione del solido, alla morte di Teodosio, l’Impero sarebbe stato definitivamente diviso tra Oriente e Occidente e quest’ultimo si sarebbe dissolto meno di un secolo più tardi.
La moneta che racconta questa fragile promessa di unità è un solido d’oro di Teodosio I, coniato nella zecca di Costantinopoli e databile tra il 379 e il 383 d.C. Questa era la principale moneta aurea dell’Impero romano tardoantico. Anche durante il travagliato regno di Teodosio mantenne il proprio peso teorico di circa 4,54 grammi, rappresentando un elemento di continuità in un mondo politico attraversato da guerre, rivolte e continui cambiamenti.
Il suo valore, tuttavia, non era soltanto economico. Le immagini e le parole impresse sulle due facce trasformavano la moneta in uno strumento di comunicazione del potere. Passando di mano in mano, il solido diffondeva il ritratto dell’imperatore e proclamava i valori sui quali avrebbe dovuto fondarsi il suo governo: autorità, protezione divina e concordia.
Sul diritto del solido compare il busto drappeggiato e corazzato di Teodosio, visto di tre quarti. L’imperatore porta sulla testa un diadema di rosette e rivolge lo sguardo verso destra, mentre la sua figura occupa gran parte della superficie della moneta. Non si tratta, però, di un ritratto realistico. Come accade frequentemente nelle emissioni del tardo Impero, le caratteristiche individuali del sovrano lasciano spazio a una rappresentazione impersonale e standardizzata. La moneta non vuole mostrare Teodosio come uomo, ma presentare l’immagine ideale dell’imperatore solenne, distante e investito di un’autorità superiore.

Solido di Teodosio (Costantinopoli, 379 – 383 d.C.) – Peso: 4,44 gr; diametro: circa 21 mm
La stessa trasformazione emerge dalla legenda “D N THEODOSIVS P F AVG”. La formula può essere sciolta in Dominus Noster Theodosius Pius Felix Augustus, ossia “Signore Nostro Teodosio Pio Felice Augusto”. Il titolo Dominus Noster (Signore Nostro), sostituisce espressioni più legate all’antica tradizione repubblicana e manifesta una concezione ormai apertamente monarchica del potere. Anche gli appellativi Pius e Felix hanno un significato più ampio rispetto alle parole italiane “pio” e “felice”. Il primo presenta il sovrano come religioso, virtuoso, coscienzioso e clemente, mentre il secondo indica chi gode del favore divino. L’imperatore viene così rappresentato non soltanto come capo politico e militare, ma come uomo scelto e protetto dalla divinità.
È però il rovescio a custodire il significato centrale della moneta. Lungo il bordo corre la legenda “CONCORDIA AVGGG B”. La parola Concordia richiamava uno dei valori fondamentali della società romana. Essa rappresentava l’armonia tra i diversi corpi sociali e tra le istituzioni civili e militari dello Stato, tanto da essere venerata come una divinità e avere templi a lei dedicati. Su questo solido, tuttavia, il riferimento assume un significato politico molto più preciso.
La tripla G di AVGGG, abbreviazione plurale di Augustorum, rimanda infatti ai tre Augusti che governavano contemporaneamente: Graziano, Valentiniano II e Teodosio. La moneta proclamava quindi la loro concordia e presentava la divisione del potere non come un elemento di debolezza, ma come un governo armonioso e condiviso. I tre sovrani, pur amministrando diverse aree del vastissimo territorio romano, avrebbero dovuto agire come espressioni di un’unica autorità imperiale.
La necessità di incidere questo messaggio nell’oro lascia però intravedere anche la precarietà dell’equilibrio. Non si può escludere che la celebrazione della concordia avesse la funzione propagandistica di ribadire pubblicamente l’unità dei sovrani proprio mentre rivalità, sedizioni e minacce militari rendevano quell’unità tutt’altro che scontata.
Al centro del rovescio compare una figura femminile seduta frontalmente su un trono ornato ai lati da teste di leone. È la personificazione di Costantinopoli, la città dalla quale Teodosio governava la parte orientale dell’Impero. La figura indossa un elmo e tiene uno scettro nella mano destra e un globo nella sinistra. Il piede destro poggia sulla prora di una nave. Ogni elemento contribuisce a costruire un’immagine di autorità: l’elmo richiama la forza militare, lo scettro il comando e il globo la vocazione universale del potere imperiale. La prora rimanda invece alla posizione strategica e alla dimensione marittima di Costantinopoli.
Nell’esergo compare inoltre la sigla CONOB. La prima parte identifica Costantinopoli, mentre il significato complessivo della formula è stato a lungo discusso dagli studiosi. Secondo una delle interpretazioni più recenti, la sigla indicherebbe anche la qualità dell’oro, assumendo il valore di un vero e proprio marchio di garanzia del metallo utilizzato.
Teodosio fu nominato imperatore d’Oriente da Graziano nel 379 d.C., lo stesso anno dal quale viene fatta iniziare la datazione del solido. La ripartizione geografica del potere tra più sovrani non costituiva ancora una separazione definitiva dello Stato, ma era ormai diventata necessaria per governare e difendere territori troppo vasti per un solo imperatore. Il suo regno si svolse in un periodo di profonda instabilità. Teodosio dovette spostarsi ripetutamente tra Oriente e Occidente per affrontare minacce esterne, rivolte e competitori interni. Nel frattempo, dopo aver abbracciato il cristianesimo, nel 380 promulgò l’editto con il quale la fede cristiana nicena veniva posta al centro della politica religiosa imperiale.
Nel 394, dopo aver sconfitto l’ultimo rivale, Teodosio riuscì a riunire per l’ultima volta tutte le prerogative imperiali nelle mani di un solo sovrano. Quell’unità durò però appena un anno. Alla sua morte, avvenuta nel 395, l’Impero fu affidato ai suoi due figli: Arcadio ricevette la parte orientale, con capitale Costantinopoli, mentre Onorio governò quella occidentale. Da quel momento le due metà avrebbero seguito destini sempre più distinti. L’Impero romano d’Occidente si sarebbe dissolto dopo una lunga agonia durata circa ottant’anni. Quello d’Oriente, invece, sarebbe sopravvissuto per oltre dieci secoli, trasformando proprio Costantinopoli nella capitale di una delle maggiori potenze del Mediterraneo medievale.
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