

La prima serie italiana di posta aerea è il segno, piccolo e dentellato, di una nazione che stava imparando a ridurre le distanze. Una lettera non era più destinata a muoversi soltanto al ritmo dei treni, delle navi, delle strade e dei confini terrestri. Poteva salire in cielo.
Già nel 1917, in piena Prima guerra mondiale, l’Italia aveva tentato di effettuare un trasporto postale per via aerea. Il volo Torino-Roma, affidato al tenente Mario de Bernardi, portò in cielo sacchi di corrispondenza e giornali. Era un gesto pionieristico, spettacolare, quasi dimostrativo. La macchina volante, ancora fragile e carica di immaginario bellico, veniva chiamata a fare qualcosa di diverso: non colpire degli obiettivi, ma collegare punti distanti.
Gli esperimenti del 1917 furono fondamentali, ma rimasero appunto esperimenti. Servivano a dimostrare che la posta poteva viaggiare in aereo. Mancava però il passaggio decisivo, cioé trasformare l’eccezione in servizio, il volo dimostrativo in infrastruttura, l’avventura in abitudine. È qui che il 1926 diventa una data chiave.
Negli anni Venti l’aviazione civile italiana iniziò a prendere forma. Dopo impieghi militari e coraggiosi esperimenti, l’aereo entrò progressivamente nel mondo dei trasporti commerciali. Passeggeri, merci, corrispondenza: tutto poteva essere ripensato secondo una nuova geografia, non più disegnata soltanto dalle strade e dalle rotaie, ma anche dalle rotte aeree.
Il 1° aprile 1926 la S.I.S.A., Società Italiana Servizi Aerei, inaugurò la prima linea aerea regolare italiana sulla tratta Torino-Trieste. Gli idrovolanti CANT decollavano dall’idroscalo sul Po, presso il Parco del Valentino, e collegavano città, fiumi e scali in una rete ancora pionieristica ma già moderna nell’ambizione.
L’Italia, lunga, montuosa, complessa, con colonie e interessi commerciali nel Mediterraneo, aveva bisogno di comunicazioni più rapide. L’aereo prometteva di accorciare le attese, superare ostacoli naturali, rendere più vicino ciò che fino a poco prima sembrava lontano. La posta aerea nasceva quindi come servizio pratico, ma anche come simbolo. Diceva ai cittadini che il tempo stava cambiando. E lo diceva attraverso un oggetto quotidiano, il francobollo.
La serie Prima emissione di posta aerea con effigie di Vittorio Emanuele III fu emessa a partire dal 1926 per accompagnare concretamente l’avvio della posta aviotrasportata italiana. Il disegno mantiene un’impostazione solenne e istituzionale, con il profilo del re d’Italia racchiuso nel medaglione e la dicitura “Posta Aerea”, un adattamento di uno schema già utilizzato per altri servizi speciali, come la posta pneumatica e il servizio espresso. Non c’è ancora la spettacolarità grafica delle emissioni successive dedicate all’aviazione, con aeroplani lanciati tra nuvole, eliche e prospettive ardite e forse proprio per questo la serie è interessante. Non celebra l’aereo come mito futurista, ma lo inserisce nella normalità dello Stato. La posta aerea non è più soltanto un evento da raccontare sui giornali, ma diventa tariffa, servizio, abitudine.

I 7 valori della serie Prima emissione di posta aerea con effigie di Vittorio Emanuele III (Regno d’Italia, 1926).
La serie è composta da sette valori (50 centesimi carminio, 60 centesimi grigio verde, 80 centesimi lilla, 1 lira turchino, 1,20 lire bruno, 2 lire giallo arancio e 5 lire verde) che servivano a comporre affrancature più flessibili, adeguate a un servizio più costoso della posta ordinaria e pensato soprattutto per tratte più rapide, collegamenti più lunghi e corrispondenze che richiedevano tempi ridotti.
Questi sette valori segnano il momento in cui la posta italiana prende stabilmente il volo. Prima c’erano stati i tentativi, gli esperimenti, le dimostrazioni, accompagnati da sovrastampe speciali. Ora c’è una nuova serie pensata per accompagnare un servizio nuovo, più rapido ed efficiente soprattutto sulle lunghe distanze.
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