

All’alba della Seconda guerra d’indipendenza, mentre i cannoni tuonavano al confine e le sorti d’Italia cominciavano a cambiare, fu il granducato di Toscana il primo a voltare pagina. Era il 27 aprile 1859: la notizia della dichiarazione di guerra dell’Austria al Piemonte aveva appena varcato i colli, che già a Firenze scoppiava l’insurrezione. Il granduca Leopoldo II fuggiva in fretta dalla capitale, lasciando il potere a un governo provvisorio. A maggio, arrivò un commissario straordinario sardo, e ad agosto si costituì un governo locale.
Nonostante il crollo del regime, la vita quotidiana – anche quella postale – doveva proseguire. Per l’invio della corrispondenza si continuarono a usare i francobolli granducali, stampati in lire toscane, una valuta tanto affascinante quanto intricata, suddivisa in crazie, soldi e quattrini. Inizialmente si ritenne che quegli esemplari potessero ancora essere utilizzati: erano privi di emblemi dei Lorena, la vecchia dinastia regnante, e avevano al centro solo il neutro leone “marzocco”, fiero guardiano della città e simbolo dei Medici.
Ma il primo novembre 1859 fu introdotta la lira italiana: a quel punto divenne necessario voltare pagina anche in filatelia, con l’emissione di francobolli appositi nella nuova valuta.
La serie di francobolli del governo provvisorio nacque il primo gennaio 1860. Furono realizzati otto valori – 1 centesimo lilla bruno, 5 verde, 10 bruno, 20 azzurro o verde, 40 carminio rosa, 80 bistro e 3 lire ocra arancio – dalla grafica uguale ai precedenti: nella cornice scorre la scritta “francobollo postale toscano”, in basso il valore; al centro, lo scudo sabaudo sormontato dalla corona reale sostituì il marzocco dell’emissione precedente.

Governo provvisorio di Toscana, 1° gennaio 1860: 1 c. lilla bruno, 5 c. verde, 10c. bruno, 20 c. verde, 40 c. carminio rosa, 80 c. bistro, 3 lire ocra arancio
Questi esemplari erano stampati con margini molto ristretti ed è quindi molto difficile trovarli con tutti i margini perfetti. Andarono fuori corso alla fine del 1861.
Il raggio internazionale degli interessi commerciali e culturali era molto esteso, e scambiare corrispondenza con terre lontane prevedeva tariffe postali alte. Per questo motivo il governo toscano decise l’emissione di un francobollo da tre lire, quando in Sardegna e negli altri governi provvisori il valore più alto era da 80 centesimi. Del resto la Toscana era abituata, perché il francobollo di più alto valore granducale era stato quello da 60 crazie, cioè poco più di quattro lire. L’alto valore e lo scarso periodo d’uso del tre lire hanno fatto sì che oggi siano noti solo una cinquantina di esemplari nuovi, meno di trecento usati e solo due su lettera.

Una delle due sole lettere note affrancate con il tre lire di Toscana. Conosciuta come “lettera Faruk”, fu spedita il 7 gennaio del 1860 dalla ditta Medina di Livorno alla propria filiale di Alessandria. (Collezione Bernardo Naddei)
Questo francobollo ha anche un significato politico: poiché in Toscana era stata in vigore la lira toscana, per chiarire bene che le lire qui indicate erano quelle nuove italiane e non le precedenti (il cui valore era diverso) si decise di aggiungere “it.” per ‘italiane’. Era la prima volta che, sia pur in forma abbreviata, appariva quell’indicazione nella filatelia nazionale. Il tre lire di Toscana, com’è chiamato, è oggi uno dei francobolli più noti e classici della filatelia internazionale, anche grazie alle due sole lettere complete note.
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