

Sul diritto il volto segnato dell’imperatore e sul rovescio l’Aequitas con bilancia e cornucopia. In questo denario d’argento, Pertinace affidò al metallo la promessa di riportare misura e prosperità in un Impero logorato dagli sprechi e dagli eccessi di Commodo. Ma la giustizia, a Roma, aveva un prezzo. E chi provò a rimettere ordine nei conti, nei privilegi e nelle ambizioni del potere fu travolto dopo appena tre mesi di regno.
Publio Elvio Pertinace nacque nel 126 d.C. ad Alba Pompeia, l’attuale città di Alba, in provincia di Cuneo. Le sue origini non appartenevano alla grande aristocrazia romana, ma proveniva da una famiglia di liberti e costruì la propria ascesa attraverso una lunga carriera militare e amministrativa, fino a raggiungere i vertici dell’Impero.
Prima insegnante di grammatica, poi uomo d’armi, Pertinace percorse molte delle tappe fondamentali del cursus honorum romano. Fu console due volte, governatore e proconsole in diverse province, tra cui l’Africa, e infine prefetto dell’Urbe. Era dunque un uomo esperto, abituato al comando e all’amministrazione, più vicino all’idea del funzionario rigoroso che a quella del sovrano nato nel lusso della corte.
La sua occasione arrivò alla fine del 192 d.C., quando Commodo fu ucciso in una congiura. Dopo un regno segnato da eccessi, tensioni e disordine finanziario, Roma aveva bisogno di una figura capace di presentarsi come restauratore dell’equilibrio perduto. Pertinace sembrò l’uomo giusto: anziano, autorevole, rispettato dal Senato, legato a un’immagine di disciplina e correttezza. La sua proclamazione ad imperatore, il 1 gennaio del 193 d.C., alimentò grandi aspettative. Pertinace provò subito a segnare una discontinuità con il passato. Riabilitò avversari politici colpiti da Commodo, cercò di contenere le spese, intervenne sulle finanze pubbliche e tentò di restituire centralità alle istituzioni senatorie. Il suo programma era chiaro: meno arbitrio, meno sprechi, più ordine.
Ma proprio questo rigore gli attirò rapidamente nemici potenti. Gli ambienti di corte mal sopportavano la fine dei privilegi accumulati sotto Commodo. I pretoriani, che si aspettavano un generoso donativo per aver appoggiato la successione, videro nella sua prudenza finanziaria non una virtù, ma un tradimento. L’Impero che Pertinace voleva correggere era anche l’Impero che da quella corruzione traeva vantaggio.
Il rovescio del denario racconta perfettamente questa tensione. Vi compare l’Aequitas, figura femminile drappeggiata, stante a sinistra, che regge con la mano destra una bilancia e con la sinistra una cornucopia. La divinità assume qui un significato particolarmente forte. La bilancia richiama la giustizia, la misura, il controllo, l’equilibrio tra le parti. La cornucopia rimanda invece all’abbondanza, alla prosperità, alla promessa di benessere. Insieme, i due attributi esprimono l’ideale ambizioso di riportare ricchezza e stabilità non attraverso l’eccesso, ma attraverso la correttezza.

Denario d’argento di Pertinace (Impero Romano, 193 d.C.) – Peso: 3,40 gr; diametro: circa 17 mm.
È qui che la moneta diventa quasi il manifesto del suo regno. Pertinace non si presentava come un conquistatore o come un sovrano carismatico, ma come un restauratore. Dopo Commodo, voleva ridare all’Impero una forma più sobria e ordinata. La sua Aequitas era la traduzione simbolica di una politica fatta di risanamento finanziario, rispetto istituzionale e contenimento degli abusi. Ma Roma non volle ascoltare quella promessa. O meglio, non vollero ascoltarla coloro che dal disordine precedente avevano tratto vantaggio. La bilancia di Pertinace pesava privilegi, donativi, favori e ambizioni personali. E proprio per questo risultava pericolosa.
Il nuovo imperatore si trovò così prigioniero di una contraddizione insanabile. Per salvare l’Impero avrebbe dovuto correggerne le storture e per conservare il potere avrebbe dovuto invece assecondarle. Scelse la prima strada, ma non ebbe il tempo né la forza politica per imporla.
Sul diritto del denario appare la testa laureata e barbuta di Pertinace rivolta a destra. L’effigie restituisce l’immagine di un uomo anziano, severo, lontano dall’idealizzazione giovanile e trionfale di altri imperatori. Il volto è maturo, segnato, quasi austero: un profilo che sembra coerente con la sua fama di uomo disciplinato, prudente e poco incline agli eccessi della corte. Da un lato il volto di un imperatore salito al trono in un momento di crisi, dall’altro la virtù che avrebbe dovuto guidarne il governo. Il contrasto tra immagine e destino rende la moneta particolarmente suggestiva: l’Aequitas proclama equilibrio, ma la storia di Pertinace si conclude nel caos.
Il 28 marzo del 193 d.C., dopo appena tre mesi di regno, i pretoriani assalirono il palazzo imperiale e uccisero l’imperatore. La promessa di giustizia e risanamento si spezzò prima ancora di potersi compiere. Dopo la sua morte, Roma precipitò in una nuova fase di instabilità: il potere venne conteso, comprato, rivendicato con le armi. La bilancia lasciò il posto alla forza.
Il denario di Pertinace racconta invece il tentativo di un uomo arrivato al vertice dell’Impero con l’ambizione di rimettere ordine dove dominavano interesse, paura e avidità. La sua fu una promessa spezzata. Ma l’argento della moneta ne conserva ancora il segno: il volto severo di Pertinace, la bilancia dell’Aequitas, la cornucopia di una prosperità possibile e mai raggiunta.
Seguici su YouTube e scopri nuove e appassionanti storie di monete e francobolli!