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Anche l’Italia ebbe la sua rupia

 

servizio_postale

Anche a collezionisti esperti e attenti capita, a volte, di non badare al valore espresso su un francobollo. Al massimo ci si meraviglia se l'importo è elevato, in assoluto - come nel caso dei francobolli tedeschi da miliardi di marchi, apparsi nel periodo della grande inflazione - o in relazione all'epoca, come il francobollo aereo da 100 lire emesso a corredo della serie per la Società Dante Alighieri nel 1932, quando affrancare una lettera costava 50 centesimi; o quando la valuta è diversa da quella che ci si aspetta. Come è il caso della Somalia italiana, i cui francobolli fino al 1925 recano sovente il valore non in lire e centesimi ma in rupie, anna e besa. Ma anche in questo caso ci si ferma alla constatazione che nei primi tempi, quando il territorio si chiamava ancora Benadir, una rupia era divisa in 16 anna e 64 besa (1 anna era pari a 4 besa) mentre negli anni Venti si trattava di una rupia decimale, formata da 100 besa.

 

francobolli_anna_e_besaSul perché in un territorio italiano circolasse una moneta diversa dalla lira e sugli strani effetti che questa moneta produsse anche sulla posta e i suoi francobolli il silenzio è pressoché totale.

Eppure la storia è lineare, almeno agli inizi. Tutto cominciò nel 1884 quando questa parte del Corno d'Africa, fino ad allora controllata dall'Egitto, fu abbandonata a causa dei problemi posti dall'insurrezione del Mahdi. Ad approfittarne furono Gran Bretagna, Francia, Italia ed Etiopia che più o meno rapidamente presero il controllo della zona. L'Italia iniziò con un trattato commerciale, concluso nel maggio 1885 con il sultano di Zanzibar, che le consentì nel 1889 di imporre il protettorato prima ai sultani di Obbia e dei Migiurtini e poi - in seguito all'occupazione di Ataleh, poi ribattezzata Itala - sull'intera costa sino al fiume Giuba. Finché, con protocollo del 4 marzo 1891, Italia e Gran Bretagna delimitarono, secondo la miglior tradizione coloniale del periodo, le proprie zone d'influenza nell'area. Subito dopo l'Italia affittò dal sultano di Zanzibar e poi acquistò nel 1905 per 144.000 sterline i porti di Brava, Merca, Mogadiscio e Uarscec: un acquisto che diede il nome all'intero territorio sotto controllo italiano, visto che in arabo benadir è il plurale di bender, 'porto'.

 

In questo primo periodo, in cui non si parlava ancora ufficialmente di colonia, la gestione del territorio venne affidata a privati, quella Società del Benadir che, a quanto pare, di buono fece solo i francobolli. Entrarono in uso dal novembre 1903 (foto 1), quando ebbe inizio il servizio postale, ma furono posti in vendita per collezione già dal marzo 1902 (solo in Italia, naturalmente).

Sino ad allora infatti la società non aveva fatto nulla per collegare postalmente il Benadir all'Italia: le corrispondenze e i pacchi dovevano essere avviati con mezzi di fortuna, facendo capo di solito ad Aden oppure a Berbera, nella Somalia britannica.

Solo da ottobre 1898 era iniziato un servizio via Zanzibar a mezzo del locale console italiano, che per la tratta verso il Benadir utilizzava "i mezzi che si presentano opportuni", tanto sicuri che "per questo ulteriore trasporto l'amministrazione non assume responsabilità alcuna." E nulla venne fatto riguardo alla moneta circolante, la rupia indiana divisa in anna e besa, utilizzata normalmente in quella parte dell'Africa che gli inglesi controllavano tramite l'India: come i francobolli - del Benadir e degli altri paesi dell'area - mostrano con evidenza.

 

Ma quando si scoprì che l'opera di colonizzazione da parte della Società del Benadir stava prendendo una brutta piega, con episodi di corruzione e persino di schiavismo, l'Italia decise di assumere direttamente la gestione del territorio; e nel luglio 1905 il Benadir fu eretto a colonia con il nuovo nome di Somalia italiana meridionale (la parte settentrionale era infatti in mani britanniche col nome di Somaliland).

Tra le prime decisioni del nuovo corso vi fu quella di introdurre la lira italiana, che comportò fino al 1923 la soprastampa dei francobolli recanti l'effigie di un elefante e di un leone con nuovi valori in centesimi e lire (foto 2). E questo per svariate ragioni: perché ancora per molto tempo il servizio fu assai limitato, con la consegna di corrispondenze e pacchi in ufficio e non a domicilio; e poi anche perché la definitiva "pacificazione" della colonia si ebbe solo negli anni Venti con la fine della resistenza guidata da Muhamed ibn Abdallà e la completa sottomissione dei vari sultanati; infine, perché la lira italiana incontrava forti resistenze e in realtà si continuavano a usare le rupie. Tanto che nel 1909 si era deciso di adeguarsi, ma creando una rupia italiana divisa in 100 besa, così che i vecchi francobolli potevano restare, anche se opportunamente adeguati.

 

rupia_italianaLe cose però non andarono nel modo previsto, soprattutto dopo la Grande guerra, quando la caduta della parità aurea portò a oscillazioni nel cambio fra le monete. Per quanto riguarda i francobolli si verificò un incidente che ha dell'incredibile. La richiesta di stampare 8.000 serie dei vecchi valori, dopo aver corretto le incisioni per far sparire gli anna (e anche la dicitura Benadir ormai obsoleta), venne completamente disattesa dall'Officina governativa cartevalori, che non solo ristampò i sette francobolli così com'erano ma ne approntò ben otto milioni di serie.

 

Il che spiega il gran numero di soprastampe eseguite nel decennio successivo per esaurirne le scorte, non solo per la Somalia, ma anche per l'Eritrea. Inizialmente si impiegò una soprastampa con doppia valuta, besa in alto e centesimi o lire in basso (foto 3), che entrò in circolazione nel febbraio 1922 e creò non pochi problemi visto che la rupia italiana era rapportata a un cambio ormai da tempo superato (1 rupia contro 1 lira e 63 centesimi); in effetti nel 1923 di lire ne occorrevano 6,80 per comprare una rupia, e questo convinse a non citare più - perlomeno nei tariffari e nei francobolli - la lira italiana: furono fissate tariffe unicamente in rupie italiane e relativi decimali, e dal luglio 1923 entrarono in uso francobolli recanti solo il valore in besa e rupie.

Ma restava la differenza di cambio, giunto nel 1924 a 10 lire per rupia, che comportava un assurdo. Se tra l'Italia e le sue colonie della Libia e dell'Eritrea il costo di spedizione di una lettera era lo stesso, nel caso della Somalia la differenza era notevole: la stessa lettera semplice costava 40 centesimi se spedita dall'Italia in Somalia, e 20 besa, pari a circa 2 lire, se inviata dalla Somalia in Italia o anche all'interno della colonia o nella vicina Eritrea.

 

Per ovviare a questa situazione nel 1925 fu deciso di abbandonare la rupia, per quanto in versione italiana, a partire dal 1^ luglio 1926, estendendo anche a questa colonia dal 1^ luglio 1925 il sistema monetario esistente nelle altre parti del regno. Con un regio decreto del 29 ottobre 1925 furono fissate per la Somalia speciali tariffe in lire, più elevate di quelle italiane, "per evitare perturbazioni al bilancio coloniale, salvo a ridurle opportunamente nel momento più propizio": così l'affrancatura di una lettera per l'Italia venne fissato a 1,60 lire, ovvero solo il quadruplo di quella spedita in senso inverso!

 

A porre termine a questa situazione furono gli inglesi, anche se indirettamente. Tenendo fede ai patti di Londra del 1915 che avevano portato all'ingresso italiano in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna, il 29 giugno 1925 gli inglesi avevano ceduto all'Italia un pezzetto di Kenia, posto al confine somalo sulla sponda occidentale del fiume Giuba. E nei cinque uffici postali esistenti in questo territorio ribattezzato Oltre Giuba (Afmadù, Chisimaio, Giumbo, Gobuin e Serenli) oltre a una nutrita schiera di francobolli in lire entrò in vigore lo stesso tariffario in uso in Italia.

Per i somali una vera istigazione ad attraversare il fiume per impostare lettere e pacchi.

E per l'Italia un'obbligo a uniformare la situazione quando il 29 giugno 1926, dopo un anno esatto di amministrazione autonoma, l'Oltre Giuba fu annesso alla Somalia. Così finalmente dal 1^ luglio 1926 anche l'ex-Benadir divenne postalmente una normale colonia italiana.

Distrutti perché non più in vigore

sovrastampa_somalia_italianaUno dei rari francobolli con soprastampa Somalia italiana, risalenti ai primi anni Venti, e mai emessi poiché ormai da tempo gli anna non erano più in uso. Di queste prove esiste un unico foglio di cinquanta esemplari per ciascun valore; gli altri furono distrutti con decreto del ministero delle Colonie del 10 marzo 1921.

Da sempre in India

una_rupiaLa rupia (dal sanscrito rupyakam, 'moneta d'argento') è stata ed è la valuta di numerosi paesi dell'area asiatica: è tuttora in vigore in Indonesia, Maldive, Pakistan, Sri Lanka, Nepal, Mauritius, Seychelles. Tuttavia, nell'immaginario collettivo, è immediatamente ricollegata alla moneta che circola fra le mani di oltre un milardo di indiani. Nel continente indiano, dove la moneta iniziò a circolare fin dal quarto secolo avanti Cristo, si ritiene che la prima rupia sia stata introdotta da Sher Shah Suri nel XVI secolo; successiva di tre secoli invece la prima banconota, stampata nel Settecento nelle regioni dell'Hindustan e del Bengala. La valuta - nel 1898 collegata al gold standard con un tasso fisso di parità fra rupia e scellino (cioè 15 rupie equivalevano a una sterlina) - rimase in vigore anche sotto il governatorato britannico. Nel 1947 in seguito all'indipendenza la rupia indiana sostituì le valute in vigore nei precedenti stati autonomi. Nel 1957 fu decimalizzata.

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