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Francobolli di propaganda fascista

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La prima metà del Novecento è stata l'epoca dell'allusione, quando persino le canzonette potevano ancora essere usate per lanciare un messaggio: bastava ad esempio un'occhiata furtiva modulando il motivetto di Un'ora sola ti vorrei per fare un'avance neppure troppo sottintesa. E il fascismo, maestro di comunicazione come tutte le forme di dittatura, si rese subito conto di quanto i francobolli potessero essere utili per lanciare anche messaggi mascherati, quasi subliminali.

 

francobolli_di_propagandaIl primo esempio di francobollo di questo tipo è di poco posteriore alla Marcia su Roma, per la precisione un anno e due giorni. Nei primi valori della serie emessa il 24 ottobre 1923 per celebrare l'avvento del fascismo al potere compare infatti un'immagine di Duilio Cambellotti che riproduce i fasci littori immersi tra rami d'alberi in smagliante fioritura (270-272; foto 1). Un'immagine che è un evidente simbolo di rinascita, ma che si carica di ulteriori valenze positive con l'allusione ai versi di Nino Oxilia sulla "giovinezza, primavera di bellezza" che figurano in tutte le successive versioni di un brano musicale allora imperante, Giovinezza, canzone goliardica di Giuseppe Blanc del 1909, che aveva ottenuto un tale successo da diventare inno degli Alpini, quindi degli Arditi, e infine inno prima trionfale e poi ufficiale del Partito nazionale fascista.

 

Sei anni dopo un secondo caso, decisamente significativo: quello dei francobolli della serie Imperiale, risalente al 1929, che mostrano in ideale sequenza i profili di Giulio Cesare, Augusto e Vittorio Emanuele III. Ovvero l'esemplificazione di una strategia mirata a fare del re un nuovo imperatore (avverrà nel 1936), quale indiscutibile successore dei grandi dell'antica Roma.

 

Ma l'interesse del regime era puntato soprattutto su Mussolini, che il re non vedeva però di buon occhio sui francobolli, secondo l'antica tradizione che voleva vi fossero riprodotti solo i regnanti e i loro familiari, e non altri. E' noto come nella serie del decennale del fascismo del 1932 l'ostacolo fosse stato aggirato presentando nel francobollo da 50 centesimi non un ritratto del duce ma una statua equestre di Mussolini, "nobile opera dello scultore Graziosi, nel Littoriale di Bologna", come scrisse una rivista filatelica dell'epoca.

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E questa vignetta sottintende due cose che, a ben vedere, la rendono ancor più pregnante di un'effigie: il fatto che il capo del partito fascista fosse degno di un monumento - omaggio di solito riservato ai grandi del passato - e che fosse a cavallo come un vero condottiero, un "duce". Ma ancora non bastava, ed ecco allora il quasi concomitante messaggio sottilmente inserito nella cartolina postale dedicata nel dicembre 1932 alla regia Scuola normale superiore di Pisa, di cui non ricorreva alcuna occasione celebrativa. In questo caso l'interesse risiedeva nell'abbinamento dei fasci che campeggiano ai lati della vignetta laterale: a destra quello fascista e a sinistra quello francese con la N napoleonica, giustificato dalla data di fondazione dell'istituto, il 1810. Un modo per suscitare l'idea, sottintesa ai fasci di ieri e di oggi, che Mussolini fosse il logico erede di Napoleone (foto 4).

 

In tal senso è da segnalare l'impostazione stessa della serie che nell'ottobre del 1938 celebrò - seppure con oltre due anni di ritardo - la proclamazione dell'impero ottenuta prendendo a Hailé Sellasié non solo l'Etiopia ma soprattutto il titolo di Negus neghesti, 're dei re', ovvero imperatore, per farne omaggio a Vittorio Emanuele III. Nei dieci bozzetti, opera di Corrado Mezzana, si succedono eventi e personaggi che hanno segnato la storia d'Italia, tutti commentati da una frase di Mussolini siglata con la sua M. Quasi a dire che era Mussolini a scrivere la storia d'Italia, ben al di là degli ultimi avvenimenti riportati (558-567, PA 112, 116; foto 5).

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Ma non sempre i sottintesi sono così evidenti, almeno nei francobolli del ventennio fascista. Un più raffinato simbolismo traspare ad esempio dagli aeroespressi del 1933-1934 (PA 44-45; foto 6): le vignette sono quasi un teatrino con quei fasci che fanno da sipario al volo dell'aereo verso il sole radioso, in un bianco e nero da cinegiornale. Ma servono anche a mostrare il passaggio da un cielo cupo pieno di nubi (le difficoltà del passato) alla sfolgorante luce che s'irradia da dietro il fascio, sicuro presagio di mete sempre più alte e luminose.

 

Dove si raggiunge l'estrema raffinatezza concettuale è verso il termine della seconda guerra mondiale, quando una sempre più ristretta e ormai stremata Repubblica sociale, in uno dei più gelidi inverni dell'epoca, tra bombardamenti e mancanza di tutto, decide di celebrare i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nel centenario della loro morte sotto il fuoco borbonico (46-48; foto 7).

 

aero<a class=espresso" height="110" />Certo, il mito degli eroi risorgimentali tornava utile ai fini della propaganda, ma vi era dell'altro, la volontà di attribuire la loro fucilazione nel vallone di Rovito, il 25 luglio 1844, alla "perfida Albione", come la propaganda fascista definiva la Gran Bretagna da quando nel 1935 si era opposta all'intervento di Mussolini in Etiopia. A rivelarlo è una cartolina illustrata pubblicata proprio nel 1944 nella Repubblica sociale, in cui si attribuisce la responsabilità della loro fine al governo inglese, in seguito all'intercettazione di una lettera dei fratelli Bandiera a Giuseppe Mazzini, allora residente a Londra (foto 8).

 

Il fatto è vero, e per questa e altre violazioni del segreto epistolare sir James Graham subì pungenti attacchi da parte del giornale satirico Punch, compresa una serie di chiudilettera e una caricatura tipo Mulready che illustra il segretario di stato britannico in veste di Britannia e allo stesso tempo di serpente ai suoi piedi, che invia postini alati a spiare le lettere. Ma il fatto che il contenuto delle lettere, piuttosto generico, fosse stato comunicato all'Austria e non al governo borbonico e che in realtà a rivelare dove si trovassero i fratelli Bandiera e gli altri patrioti fosse stato un corso, Pietro Boccheciampe, evidentemente erano dettagli da tralasciare: ciò che premeva era poter parlar male degli inglesi anche trattando del Risorgimento, e far ricordare la loro "infame spiata" ogni volta che si usava uno di quei francobolli.

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Benito Mussolini maestro di propaganda

Alla base dell'affermazione fascista vi è stato anche un intelligente impiego della propaganda a mezzo stampa, manifesti, architettura e ogni mezzo di comunicazione disponibile, compresi i francobolli e la posta, e poi persino le case su cui campeggiavano i motti del Duce.

 

Mussolini dimostrava una piena consapevolezza nell'importanza della comunicazione, confermata nelle sue comparse in occasioni ufficiali e pubbliche, dove la postura studiata, il tono della voce misurato e un contesto mai lasciato al caso, insieme al suo innato carisma, si imponevano. La stessa Marcia su Roma fu soprattutto un evento propagandistico, come in seguito parate, adunate, la "battaglia del grano" e i campi Gil.

 

Per questo fin dal 1925 fu istituito un Ufficio stampa, che aveva il preciso compito di organizzare l'opera di propaganda, mediante la diffusione di "veline" con precisi ordini sui contenuti e persino sui titoli e la loro grandezza, e controllare ogni forma di comunicazione, censurando e sequestrando tutto quanto non era gradito al regime.

 

In seguito con l'affermarsi del cinema e della radio e l'arrivo della televisione (i primi esperimenti datano al 1934, e le trasmissioni regolari iniziarono il 22 luglio 1939, anche se solo a Roma) nel maggio 1937 questo organo politico fu trasformato in ministero della Cultura popolare, più noto come Minculpop, che proseguì ovviamente nella Repubblica sociale mentre, al contrario, perdeva importanza nel Regno, tanto da essere soppresso nell'aprile 1944 con il nuovo governo Badoglio a Salerno.

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