maglie calcio poco prezzo moncler outlet air max outlet Cheap NFL Jerseys
La busta postale "Cenerentola d’Italia" - Francobolli Italia Periodo Classico - Bolaffi dal 1890 Francobolli Filatelia Collezionismo
Seguici su Google + Seguici su Google + Seguici su twitter Seguici su facebook Segui le news

Newsletter

Scegli a quale newsletter iscriverti:
Privacy Policy

La busta postale "Cenerentola d’Italia"

busta_postale_italianaLa busta postale ordinaria italiana diventa realtà (foto 1). Ma sono passati quasi 150 anni da quando apparve al gran ballo delle nuove carte-valori postali che festeggiava la proclamazione del secondo Regno d'Italia, una ribalta internazionale a cui fu presentata nientemeno che da Rowland Hill. Dopo le prime attenzioni fu però lasciata in un angolo, anzi fu messa alla porta, e, malgrado alcuni tentativi, non era mai riuscita a ottenere un posto di primo piano nella famiglia reale delle carte-valori postali italiane.

 

Un'infanzia difficile la sua, come quella di molte nobildonne dell'epoca. Figlia della "coperta" in cui si avvolgevano certe lettere importanti, nacque nel Seicento, ma fino a metà Ottocento restò una cosa molto costosa, e quindi molto chic e difficile a vedersi.

Questo perché era un prodotto del tutto artigianale, ancora ottenuto tagliando a mano i fogli dopo avervi eventualmente stampato decorazioni e fregi per renderlo ancor più personale. E in più, calcolandosi la tariffa postale in base non solo alla distanza ma anche al numero dei fogli, la lettera in busta pagava doppio.

Poi però la riforma postale inglese annullò tale handicap con la tariffa solo in base al peso, e anzi fra le prime cartevalori vi furono proprio le buste Mulready da 1 penny e da 2 pence, dal caratteristico taglio romboidale.

 

Cinque anni dopo Edwin Hill, fratello di Rowland, e Warren De La Rue brevettarono una macchina a vapore che tagliava e piegava le buste che in breve portò al successo questo sistema di porgere i messaggi. Ma l'Italia, divisa in vari stati, non stimolò nessuno a importare questa produzione. E anche al momento della proclamazione del nuovo regno la busta restava una cosa costosa, chic, e rara a vedersi.

Perazzi, l'ingegnere delle novità postali

Nel 1863 l'ingegnere Costantino Perazzi fu inviato a Londra dal ministro Sella per supervedere la produzione dei nuovi francobolli e delle nuove marche commissionati alla De La Rue, e allo stesso tempo per acquisire macchinari e tecnologie che in breve tempo rendessero autonoma l'Italia nella produzione delle carte-valori. Il trentunenne ingegnere novarese, diplomato all'Ecole des Mines di Parigi, era anche un tipo curioso e dinamico: non per nulla diventerà segretario generale delle finanze nel 1869, deputato nel 1874, poi senatore, e infine ministro del Tesoro nel 1888 e dei Lavori pubblici nel 1889.

 

Dopo essersi guardato attorno per bene e averne discusso con Warren De La Rue, il 4 aprile 1863 inviò a Torino la proposta, completa di campioni in bianco, di introdurre anche in Italia le buste postali, in tre diversi formati come in Gran Bretagna.

Dopotutto il costo di una busta era lo stesso di un francobollo, ma con diversi vantaggi: "la vendita di queste buste in Italia sarebbe alquanto elevata, sia per la facilità con cui gli attuali francobolli vengono staccati dalle buste, il che rende auspicabile l'impiego di bolli che non possano staccarsi, sia perché le buste di buona qualità sono introvabili in quasi tutte le nostre città".

Al ministero delle Finanze l'idea piacque, e anzi proposero che la tiratura di un milione di buste fosse non solo nei vari formati ma "metà impresse con un bollo da 5 cent. e l'altra metà con un 15 cent.".

 

La palla passò quindi al conte Barbavara di Gravellona, direttore generale delle poste, che prese varie cantonate ricordando che "l'impiego di buste bollate per l'affrancatura delle lettere non è nuova in Italia perché fin dall'anno 1818 fu introdotta in Piemonte la carta postale con filigrana, avente un cavallo come disegno" (i Cavallini non erano buste!), ma accettò a sua volta la proposta consigliando però in fase sperimentale di usare un unico formato e di dividere il quantitativo in 700 mila buste da 15 centesimi e 300 mila da 5 centesimi, essendo queste ultime utilizzabili quasi solo nelle grandi città.

 

Invece il Consiglio di Stato, che doveva approvare la spesa, oppose viva resistenza: risultava sorprendente che, dopo aver adottato i bolli fiscali adesivi persino per cambiali e passaporti, ora venisse proposto, "quasi in diretta contraddizione ai principi adottati, di introdurre bolli impressi direttamente su buste speciali". E giù dubbi sull'opportunità e l'utilità della spesa proposta.

punzone_inciso_da_leonard_wyon

Il breve carteggio italiano di Rowland Hill

Quando correzioni e obiezioni giunsero a Londra, l'ingegner Perazzi prese atto delle prime e per le seconde decise di giocarsi un jolly: l'opinione della massima autorità postale allora esistente, oltre che una star internazionale. E presa carta e penna scrisse:

 

"Rowland Hill, esq.

Segretario generale delle Poste

Londra, 11 maggio 1863

Signore, forse rammenterete che ebbi l'onore di esserVi presentato dall'Ambasciatore Italiano nell'anno 1862, quando aveste la bontà di darmi una lettera di presentazione per il signor Edwin Hill. Fidando nella Vostra cortesia in quell'occasione, mi permetto ora, per conto del Governo Italiano, di sottoporVi le seguenti domande, le Vostre risposte alle quali saranno della massima utilità, e mi renderanno inoltre personalmente e grandemente obbligato nei Vostri confronti.

Il Governo Italiano sta attualmente procedendo ad alcuni cambiamenti nell'approntamento dei francobolli, e in relazione a tali disposizioni ha preso in considerazione la possibilità o meno di emettere buste postali. Ma prima di giungere a conclusioni definitive in merito, il Ministero delle Finanze mi ha invitato a fornire informazioni sui seguenti punti:

  1. Prima dell'adozione della Vostra Riforma Postale furono in uso buste bollate?

  2. In caso contrario, potete informarmi quando vennero per la prima volta poste in uso?

  3. Dopo la loro adozione, ne venne mai abbandonato l'uso anche temporaneamente?

  4. Considerate queste buste di effettiva utilità per il pubblico, o puramente come un mezzo per gratificare gusti raffinati?

Ringraziando in anticipo per qualunque informazione vorrete gentilmente favorirmi, ecc. ecc. C. Perazzi".

 

foglio_campione_di_stampa_in_tiporilievografiaLa risposta arrivò in breve, completa e sintetica, corredata al punto 2 da un curioso tratto di amnesia (o un vezzo, come la data senza giorno?), visto che nel 1840 Rowland Hill tifava più per le Mulready che per i francobolli, e ricordava benissimo di averne dovuto cambiare quasi subito l'elaborato disegno, sostituito da una più semplice impronta ovale a rilievo con l'effigie reale.

 

"Londra, maggio 1863 E' con grande piacere che rispondo alle domande contenute nella Vostra lettera dell'11 scorso.

 

  1. Non furono in uso buste bollate prima dell'adozione della tariffa uniforme.

  2. Le buste bollate furono per la prima volta introdotte nell'anno 1840; ritengo nel mese di maggio.

  3. Dalla loro adozione non vennero mai, nemmeno temporaneamente, abbandonate, benché poco dopo la loro introduzione sia stato variato il disegno che vi era impresso sopra.

  4. Io le considero di effettiva utilità per il pubblico, benché la piccola proporzione di uso (credo non più dell'1 per cento) mostri che la domanda di queste buste è relativamente insignificante.

Rowland Hill".

 

Una seconda lettera, di natura molto più tecnica, era stata inviata anche a Edwin Hill, sovrintendente all'Ufficio del bollo a Somerset House, con cui Perazzi stava collaborando in vista della dentellatura dei nuovi francobolli italiani: infatti i perforatori erano sotto brevetto del Governo britannico, e venivano usati solo dall'Ufficio del bollo, come forma di controllo.

E anche Edwin Hill rispose celermente, fornendo una dovizia di dati in materia, compreso il servizio di bollatura delle buste fornite dal pubblico e specificando, cifre alla mano, che "la proporzione fra buste e francobolli adesivi è di 30 a 949".

 

Il 28 maggio le due lettere vennero inviate a Torino dal Perazzi insieme a una nota in cui tra l'altro respingeva l'obiezione del Consiglio di Stato sulla "contraddizione" tra marche da bollo e buste postali: "Sia in un caso che nell'altro si tratta di adottare, per la raccolta di una tassa di Stato, il metodo più semplice, più economico per l'erario e più utile e conveniente per il pubblico di quello precedentemente in uso".

Lo strano caso del punzone di Leonard Wyon

E' possibile che il plico contenesse anche un saggio della busta postale, o almeno dell'effigie di Vittorio Emanuele II che doveva figurarvi (foto 2). Già ai primi di aprile i De La Rue ne avevano infatti parlato con un esperto del calibro di Leonard Charles Wyon, dal 1851 capo incisore della Zecca reale inglese, figlio del famoso medaglista William Wyon, membro della Royal Academy, che aveva inciso la City Medal da cui fu tratta l'effigie della regina Vittoria per i primi francobolli, e nel 1841 il regale profilo a rilievo che figurava proprio sulle buste postali inglesi, poi reinciso dal figlio Leonard dopo la sua morte, nel 1851.

E Leonard Wyon già il 13 aprile aveva chiesto medaglie, busti o fotografie di Vittorio Emanuele II: "Poiché il conio postale del Re d'Italia, se dev'essere fatto, occorre sia fatto in fretta, gradirei cominciarlo subito, a mio proprio rischio, o meglio per mio piacere personale, felice di modellare un'effigie di tale eccellenza".

 

Il 4 maggio l'incisione era pronta, recapitata alla De La Rue con un sintetico bigliettino: "Invio il punzone del re d'Italia, e spero risulti soddisfacente. Sono ansioso di vederne un'impressione su carta".

Per lungo tempo questo biglietto, conservato negli archivi De La Rue, è stato considerato come la prova che Wyon fosse l'autore dei francobolli italiani emessi nel dicembre 1863. Dimenticando non solo che l'effigie tipografica dei francobolli era la stessa delle marche da bollo, a cui Warren De La Rue in persona aveva dato i "tocchi finali" già a fine gennaio, ma che quello del Wyon era un punzone (punch), dal quale si poteva ottenere un'impronta solo realizzando un contropunzone, mentre da un conio (die) l'autore poteva trarre da solo delle stampe.

 

buste_varieMa la prova definitiva della sua estraneità ai francobolli si ebbe quando il 26 novembre 1987 il presidente della De La Rue Co. donò alla Royal Philatelic Society una collezione di matrici provenienti dalla stamperia londinese; e fra queste anche quella incisa dal Wyon, come appurò l'anno seguente Roy A. Dehn, sia nel suo stato originale che in una versione "commerciale" utilizzata a partire dal 1882, quando ormai sul trono d'Italia sedeva Umberto I (foto 3).

In questo caso, già noto da tempo, attorno all'effigie figurano la dicitura Thos De La Rue & Co London, e in basso tre circoletti con le cifre 30, 1 e 82, ovvero la data in cui fu approntato, il 30 gennaio 1882; ed era un punzone, definito "sperimentale", da cui vennero tratte prove in vari colori che venivano allegate a offerte di produzione inviate ad amministrazioni postali di mezzo mondo, cominciando proprio nel 1882 con il Capo di Buona Speranza. Un modo per riciclare quel vecchio lavoro non andato a buon fine.

 

Malgrado i buoni uffici di Rowland e Edwin Hill, alla fine aveva avuto la meglio il parere delle autorità francesi, allora interpellate, a cui il Consiglio di Stato teneva molto, e che furono a lungo contrarie sia a tutte le marche fiscali mobili sia alle buste postali e poi alle cartoline.

Fra usi particolari, trovate e fallimenti

Una busta postale in realtà comparve, nel 1915, ma con una finalità strettamente legata alla Grande guerra appena dichiarata: abituare i famigliari di tutti i militari in servizio dell'esercito e della marina, inclusi gli ufficiali, a redigere per bene l'indirizzo di posta militare. E infatti, oltre all'intestazione "R. Esercito Italiano" e al francobollo da 10 centesimi tipo Leoni, queste buste verdine recano molte e precise istruzioni (foto 4).

 

Fallì invece nel 1972 l'emissione di buste da 25 e da 50 lire tipo Siracusana, in due diversi formati e con e senza finestra, che dovevano servire alla normalizzazione dei formati delle corrispondenze, in atto da alcuni anni nell'ambito della meccanizzazione postale. All'ultimo momento l'emissione rientrò, forse per non invadere il mercato dei produttori di buste, più probabilmente per ragioni di costo, un po' anche nel timore di una forte riduzione della produzione di francobolli, e del relativo cespite filatelico (foto 5).

 

E l'ultima, la cosiddetta francobusta in seta del 2001, in realtà fu più che altro una trovata.

Senza considerare che, se il suo utilizzo come francobollo era possibile, malgrado le difficoltà di reperimento, l'impiego come busta restava una semplice dichiarazione dato che nella realtà era impossibile aprirla per infilarvi alcunché (foto 6).

 

Ora pare che Cenerentola abbia potuto calzare la sua scarpetta di carta. Ma stanno cominciando i rimandi, questa volta "per motivi tecnici": dall'iniziale 1^ luglio a settembre (forse). Un fatto comunque è certo: è ormai troppo tardi per impalmare il principe azzurro della celebrità.