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L'annessione della Venezia Giulia

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"Trento e Trieste" era stato uno dei gridi di battaglia nazionali più frequenti dalla fine dell'Ottocento sino alla grande guerra. Nel 1861 l'unità d'Italia si era finalmente compiuta, e il "grande tessitore", Camillo Benso conte di Cavour, poteva essere soddisfatto del risultato, anche se il neonato regno d'Italia non comprendeva ancora tutti i territori geograficamente o etnicamente italiani.

Cavour pensava di poter annettere in breve tempo - e infatti così avvenne, anche se egli non lo poté vedere per la sua repentina morte - il Veneto ancora in mani austriache e ciò che restava dello Stato pontificio; mancavano però alcuni territori compresi all'interno dell'arco alpino abitati da italiani ma da secoli appartenenti all'impero austriaco, che egli indicava con i nomi dei rispettivi capoluoghi, Trento e Trieste.

 

Trento indicava il Trentino, che qualcuno voleva sino al confine etnico di Salorno, altri sino a quello geografico del Brennero; Trieste indicava un composito insieme di territori che l'Austria chiamava Litorale, comprendenti la città di Trieste e i suoi immediati dintorni, abitata da una grande maggioranza di italiani con forti minoranze slovene e austriache; Gorizia, abitata soprattutto da italiani in città e da sloveni nelle valli verso le Alpi; l'Istria, con le cittadine costiere già veneziane abitate da italiani, e le campagne interne abitate da italiani, sloveni, croati. Lo stesso Cavour si rendeva conto che non sarebbe stato semplice conquistare anche questi territori, e profetizzò che sarebbe stato "il lavoro di un'altra generazione".

 

L'occasione arrivò nel 1915. L'Italia entrò nella prima guerra mondiale a fianco di Francia, Russia e Gran Bretagna, ottenendo in cambio la promessa di "Trento e Trieste", oltre alla Dalmazia (per il Litorale, nel frattempo, il linguista goriziano Ascoli aveva coniato il termine di Venezia Giulia). Conclusa vittoriosamente la guerra, le forze armate italiane occuparono i territori assegnati da quella promessa, ma la situazione internazionale era completamente cambiata. Non vi furono particolari difficoltà per l'annessione del Trentino, che avvenne già nel 1919, mentre per quella della Venezia Giulia le trattative con i vincitori e la nuova Iugoslavia (entità politica non prevista nel 1915) furono più complesse e si conclusero solo alla fine del 1920, con il trattato di Rapallo. L'annessione della Venezia Giulia - formalmente avvenuta il 5 gennaio 1921 - perciò, fu più lunga e laboriosa di quella del Trentino: è questo il motivo per cui, se l'annessione trentina non fu celebrata da un'emissione di francobolli, quella giuliana fu invece salutata dalla prima serie commemorativa del dopoguerra.

 

I valori dedicati alla Annessione Venezia Giulia 5 gennaio 1921 - come recita la scritta che circonda il sigillo all'interno - erano tre, da 15, 25 e 40 centesimi, e furono distribuiti nella sola città di Trieste; non erano pronti per il 5 gennaio, e furono perciò emessi il 5 giugno, festa dello statuto. Erano validi sino alla fine dell'anno solo per le corrispondenze dirette in Italia, perché le convenzioni internazionali non permettevano ancora l'uso dei commemorativi per l'estero.

Secondo il decreto istitutivo, "ai quattro angoli della cornice e superiormente alla zona circolare spiccano 4 stelle in bianco a 5 punte. La parte centrale dei francobolli riproduce il vecchio sigillo della Libera Comunità di Trieste, raffigurante una rocca turrita circondata da un nastro circolare recante le indicazioni dei confini". Si trattava di un sigillo medievale del Comune di Trieste (che alla fine del XIV secolo si era dato all'Austria) conservato nel museo cittadino; la scritta con le indicazioni dei confini era "Sistilianu publica Castillir mare certos dat mihi fines", cioè 'la strada pubblica di Sistiana, Castellier e il mare mi danno confini sicuri'.

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Il disegno non aveva incontrato il favore della critica. Scriveva infatti il Corriere filatelico, la più importante rivista dell'epoca: "Disegno mal concepito e peggio eseguito, cattiva scelta delle tinte, dimensione troppo piccola, esecuzione trascurata. Al centro, quella specie di sgorbio vorrebbe rappresentare un antico sigillo della città". Frasi che suonano come una dura condanna senza appello. Era opera di un tal Gustavo Petronio, tipografo triestino, che aveva realizzato anche i cliché necessari alla stampa a Trieste, presso la sua azienda Paris e Petronio. La stampa tipografica invece era stata opera dello stabilimento privato Petiti di Roma, che in quegli anni affiancava il Poligrafico per stampare francobolli per l'Italia, perché lo stabilimento statale non era in grado di produrre tutto il richiesto.

 

Si volle però realizzarli bicolori: il sigillo centrale rosa e le tre cornici in tre colori diversi - grigio, azzurro e bruno - e ciò produsse un'interessante conseguenza tecnica e filatelica. Per realizzare una stampa tipografica bicolore era necessario operare in due tempi, uno per colore, con inevitabili riflessi sul registro delle due stampe, quasi sempre non perfettamente allineato; ciò fa sì che non sia facile trovare valori in cui il sigillo centrale sia perfettamente centrato rispetto alla cornice; ma a ciò si aggiunge la difficoltà di trovare francobolli centrati rispetto alla dentellatura (apposta con scarsa attenzione con il sistema "lineare") e in definitiva, a dispetto del valore non elevato della serie, è difficile riuscire ad inserire in collezione tre francobolli con ambedue le centrature perfette. Furono stampate 300.000 serie.

 

Con quest'emissione s'inaugurò anche la prassi della vendita contingentata e della distribuzione privilegiata che avrebbe contrassegnato la filatelia italiana per gli anni a venire. Le vicende della distribuzione furono narrate dieci anni dopo da Paolo Gustin, all'epoca presidente del Circolo filatelico triestino.

 

Dell'emissione, 3.000 serie furono trattenute dalle Poste (che le vendettero gli anni successivi al loro sportello filatelico); 25.000 furono vendute al municipio di Trieste; 72.000 furono messe in vendita al pubblico solo alla posta centrale in cinque sportelli appositamente aperti, con un massimo di cinque serie per richiedente e sino a 10.000 serie al giorno (questo quantitativo si esaurì l'11 giugno). Delle restanti 200.000 serie, 4.000 furono inviate al Deposito carte-valori di Torino, le altre 196.000 consegnate al municipio di Trieste, che poi le vendette in modo poco chiaro. Si disse, per esempio - ma la notizia non è confermata - che l'8 luglio le serie fossero in vendita, a cinque a testa e a 10 lire l'una (contro gli 80 centesimi di facciale) presso l'esattoria civica. Tutto ciò non riuscì a far decollare commercialmente l'emissione, che oggi è attestata sul valore di 130 euro, per esemplari di centratura media.

 

Come varietà, è noto un solo esemplare, senza la stampa del sigillo centrale; non rarissime sono invece le varietà di doppia stampa della cornice e numerose riguardanti la dentellatura.

 

Al contrario dei precedenti celebrativi per la Croce Rossa, questi francobolli non furono sovrastampati per le colonie: il motivo è che si voleva fossero validi solo in partenza da Trieste.

 

Tre valori tormentati, quindi, per più motivi; e non era che l'inizio delle altre situazioni difficili che la filatelia commemorativa italiana del primo dopoguerra avrebbe visto negli anni successivi.

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